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"Se un errore è possibile, qualcuno prima o poi lo farà" (parte II)
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Veniamo ora alle tecniche a disposizione del designer d’interfaccia per prevenire e per correggere gli errori.
Per quanto riguarda la prevenzione, innanzitutto è possibile raggruppare i vari comandi in base a criteri logici che agevolino il lavoro dell’utente. Quelli adottati più comunemente sono la funzione, la sequenza d’uso e la frequenza d’uso.
Nel primo caso, si studia una disposizione spaziale dei dispositivi in modo che quelli che servono a produrre effetti logicamente simili siano vicini l’uno all’altro. Es. i comandi per creare un nuovo documento e per aprirne uno già esistente possono essere collocati uno vicino all’altro, mentre è meglio allontanare quello per copiare da quello per cancellare.
Nel secondo caso, si dispongono i comandi in modo da riflettere l’ordine in cui vengono usati durante un’interazione tipica. Il criterio sequenziale è particolarmente consigliato quando l’utente esegue un lavoro di routine e quando il mancato rispetto dell’ordine esatto delle operazioni porta a gravi conseguenze.
Infine, nel terzo caso, i dispositivi vengono organizzati tenendo conto della frequenza del loro utilizzo, ovvero rendendo più facilmente accessibili quelli che servono più spesso. Si è già detto che questa strategia è molto utile anche per ridurre il carico mentale dell’operatore.
La scelta del criterio logico da privilegiare dipende dal tipo di attività che l’utente deve eseguire.
Evitare la creazione di comandi di aspetto troppo simile può ridurre l’incidenza degli errori dovuti a disattenzione: infatti, pur senza rinunciare alla consistenza, una buona caratterizzazione di forma, colore e collocazione, soprattutto per i dispositivi più critici, può aiutare l’utente a non fare confusione.
Invece, per andare incontro alle esigenze degli utenti meno esperti, è bene studiare modalità di input che consentano il ricorso a strategie di recupero mnemonico basate sul riconoscimento piuttosto che sul richiamo: menu, icone, informazioni predefinite, etc.
Infine, il ricorso a funzioni obbliganti può essere una valida soluzione per prevenire gli errori con conseguenze più gravi. Si tratta di una tecnica che consiste nel vincolare le azioni dell’utente in modo tale che la mancata esecuzione di un passaggio impedisca il successivo. Per esempio, durante l’operazione di cancellazione di un file, una fase evidentemente critica dell’interazione col sistema, l’utente può essere obbligato a passare attraverso un dialogo di conferma del comando impartito. In questo modo è possibile ridurre il numero delle eliminazioni involontarie. Tuttavia è bene non abusare di questa tecnica per non innescare nell’operatore degli automatismi che lo portino a confermare per abitudine anche operazioni errate.
L’applicazione delle strategie di prevenzione, per quanto meticolosa e appropriata possa essere, difficilmente impedisce all’utente di compiere comunque degli errori. Per questi casi, dunque, è bene che esistano dei meccanismi di correzione, in modo da limitare i danni causati involontariamente.
Condizione imprescindibile per rimediare ad un errore è innanzitutto la scoperta dello stesso. Per questo è fondamentale una continua informazione di ritorno delle azioni compiute dall’utente.
Una volta individuato il problema, si deve procedere al ripristino della situazione desiderata. Le modalità per raggiungere questo obiettivo possono essere di due tipi: correzione all’indietro e correzione in avanti. L’una non esclude l’altra, anzi, è auspicabile che l’utente possa fare affidamento su entrambe.
La correzione all’indietro consiste nell’annullare gli effetti di un’operazione indesiderata riportando il sistema ad uno stato precedente, da cui si possa ripartire per le interazioni successive. Es. se un utente cancella inavvertitamente un paragrafo in un documento di testo, può annullare l’operazione e proseguire come se non fosse accaduto nulla.
La correzione in avanti, invece, consiste nel ripetere un’operazione per modificarla in parte. Es. se l’utente imposta le proprietà di stampa in un certo modo e poi si rende conto di aver sbagliato, deve ritornare nella stessa finestra di dialogo per cambiare il valore delle opzioni. Questa seconda modalità di correzione è chiaramente meno soddisfacente della prima, ma di fronte ad azioni irreversibili rimane l’unica strada possibile.
Il designer dell’interfaccia, nel fornire all’utente delle procedure di rettifica, deve definire i vari procedimenti possibili sulla base del principio dello sforzo commisurato. Ciò significa che la difficoltà di commettere degli errori deve essere direttamente proporzionale all’impegno necessario al loro recupero: per quelli correggibili con una semplice operazione si possono predisporre meccanismi dissuasori più blandi, ma per gli sbagli che si possono rettificare solo con procedimenti complicati si devono studiare misure preventive più severe.
Articolo pubblicato il giorno 18-11-2002
di Simona Rossano >>
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